PRESENTAZIONE DELLA POESIA DI ANGELO GABRIELE FIERRO

Scrivo di buon grado questa presentazione per la RACCOLTA di poesie di Angelo Gabriele Fierro per dire subito che la sua ispirazione artistica ha un’apertura ideale, logica, creante, assunta dagli umani accadimenti , ma Egli dispiega verso il mondo . La sua poesia, limpida ed essenziale nell’espressione, dischiude possibilità di uno spazio reale per gli sterminati ed arcani sentieri della verità proprio perché ogni e qualsiasi realtà deve poter offrire al poeta la dimensione del vero. Se così non dovesse essere, appunto, la poesia risulterebbe un’inutile e sterile opera di fraintendimenti tra vicenda terrena e aspirazione divina, operante in quell’orrida prigione che è la vuota ed accidiosa banalità dell’esistente. E’ in questa differenza ontologica tra verità e realtà che il poeta sospinge la propria essenza verso gli orizzonti dell’ulteriorità perché l’ideale sia presente (ed operante) in un mondo sempre inadeguato per chi sente (e vive) tutti gli spasimi, sovente inapparenti della poesia.

Quando Angelo G. Fierro nella sua lirica “Umano tormento”, della presente raccolta, afferma che il firmamento/è l’ultimo asilo/ma anche l’ultima spiaggia/del tormento umano indica non solo il contrasto tra l’esistenza e la vita, ma cerca anche un mondo diverso, ossia la verità, in cui possa aver pace finalmente lo spirito.

Eppure neppure Egli si sottrae alla più tremenda domanda di tutti i tempi, in un mondo o in un altro, sorta nel cuore dell’uomo: Dio esiste? Non è nostra astratta idea che ci confonde? “Inesistenza di una vita”. Fierro tenta in senso organico salvare una verità avvertita in sé medesimo: Dio, in risposta ad una realtà tragica per le sue brutture e nefandezze, molte , che oggi tragicamente si articolano nell’esistenza.

E dunque, per chi volesse analizzare il linguaggio poetico del Fierro , dovrà necessariamente soffermarsi ad indagare ( e comprendere) la coerenza del suo dettato ideale, che l’armonia dei suoi versi trasforma in anelito salvifico per l’uomo.

Questo tentativo di risalire a Dio: non per crederlo, dal momento che la fede del poeta è certa, ma per sforzarsi di poterlo comprendere, ci appare come l’ansia più appagante di ogni autentica poesia. In questo solo modo, l’animo umano può rimanere sereno, ma anche fiducioso, accosto ad ogni accadere perché esso, per il poeta, altro non è che il distacco da tutto quanto è silenzioso o tumultuoso rumore dell’inutile.

A tale orizzonte tende la poesia di Angelo G. Fierro nella sua essenzialità.

Ma, per pervenire a questo orizzonte, Egli apre un dialogo di sempre, ineludibile ed inesauribile: l’amore; ma, si badi bene, quello terreno. Questo dialogo racchiude in sé l’angoscia, quale risultante dell’affannosa, vana ricerca della felicità, erroneamente supposta (o creduta) racchiusa nel cuore della donna, come in uno scrigno prezioso e geloso.

Ecco perché, il Fierro pone, con slancio sollecitante, gravosi interrogativi a questo sentimento primevo dell’umana creatura; e, con tutta convinzione ne esalta il valore, spiritualmente inesistente, per subito distruggerne il principio causale, usando l’arma insidiosa dei suoi innumeri dubbi, proprio sull’amore.

“Amore – egli dice – sorgente di vita/nella linfa tua/mi perdo” (Frammento 32), seconda raccolta delle Fronde Sparse).

Ma ecco nel frammento numero 36, egli distrugge ed annulla cantando:….”sulla terra mi sono rimasti solo due fiori:/una rosa ed un crisantemo”.

 

E, dunque, la rosa che, forse, nel concetto poetico del Fierro rappresenta la speranza, in altro non si concretizza che in un crisantemo; ossia la morte.

Questo a noi pare il senso ultimo della poesia del Fierro, così, come precisato in questa sua seconda raccolta “Fronde Sparse”.

Amore, dunque, per una donna, che insidia il cuore e lo illude, lo delude, lo deride, quindi lo uccide.

In questo modo, noi abbiamo da un lato l’amore, come sentimento originale della vita, dall’altro la morte, come unico vero assoluto dell’uomo.

Nel brevissimo arco di questo effimero tempo si snoda la terrena ventura della faticosa esistenza umana, ma con un significato suo proprio, che sfugge ad ogni indagine razionale; a qualunque riflessione della mente, onde abbiamo la necessaria connessione tra poesia ed esistenza; tra poesia ed amore; tra poesia, che è illusione di quanto vorremmo, ma non è, né mai potrà essere, e morte, che è appunto, quanto non vorremmo, ma inesorabilmente è sussistente e vera.

Il Fierro spinge questa realtà alle sue estreme conseguenze, ma giammai il suo verso, che in ogni autentico poeta è tormento insonne dello spirito, si spinge sulla rotta tormentata dell’illimite umano, per una ricerca serena di Dio.

La poesia (noi pensiamo), qualunque sia la ragione o l’ispirazione, che “detta dentro”, è in definitiva, un modo di essere della ragione ideale della nostra esistenza, quindi armonia tra ragione nascosta dei nostri sogni e la verità (che perfettamente ignoriamo), perché proprio questa realtà che cerchiamo, sfugge sempre alla nostra mente ed al nostro cuore, proprio perché commettiamo l’errore di cercarla attraverso il nostro spirito dei sentimenti degli altri.

Angelo G.Fierro sa bene, , che la verità non è racchiusa nella realtà esistente, ma di là dell’ultima sua barricata, dove rifulge la vita vera.

Vita vera, che è Dio. Ma un Dio che è proprio poesia, armonia, eternità, assoluto. Dio che partecipa alle nostre gioie, ai nostri dolori; che ci consente d’amare chi non ci ama, o di non amare chi, invece, ci ama, perché ci ha creati liberi nel determinarci: libertà, questa, che è la stessa nostra ragione d’essere.

Certo la poesia di Angelo G.Fierro è bella perché è tutta incentrata sulla donna amata, onde è questa donna, appunto, che pone in essere il rapporto d’amore (e il mondo dell’amore) tra sé medesimo ed il creato.

In parole più semplici, si tratta di un rapporto tra sé ed il mondo dell’esistente.

Eppure Fierro non ignora che il mondo non è, né mai si esaurisce nell’amore per una donna: anzi!

Il mondo, infatti, può, a volte, fare a meno di questa teologia della natura, per sposare la letizia della fede col dolore della rinunzia, dell’inganno, del tradimento, della viltà con la filosofia di Dio.

Sotto questo aspetto, la poesia razionalistica di Angelo Gabriele Fierro non sorge da un rifiuto del mondo, ma dalla sua accettazione, che avviene attraverso un solo strumento: l’atto gaudioso dell’amore concreto.

E, tuttavia, tale poesia sovente è eminentemente insegnativa, perché proprio attraverso l’amore terreno, essa dispiega (senza avvedersene), le proprie robuste ali per volare in alto, verso Dio, invocando da Lui il ritorno delle ingenue, soavi speranze dell’innocenza, compagna, un tempo della nostra perduta giovinezza. –

 

(Carlo Bianco)