"GESTUALITA' E MATERIA
LA VITA DELLE FORME"

VALORI PLASTICI FRA IMMAGINI DI COSMICA LIBERTÀ

Quella di Angelo Gabriele FIERRO, nella storia artistica degli ultimi decenni, è infatti l' intreccio ‑tra ricerca e sperimentazione ‑ di valori plastici con valori fondamentali dell'arte, a favore dell'urgenza espressiva dell'immagine e la fierezza di una stirpe mediterranea, di uomini e artisti, formati alla scuola della storia e della vita. Di un "irregolare" manierato coacervo di stilemi, tra "memoramento" e "smemoramento", che ricusa ad ogni classificazione, e che esige ben altro che l' attenzione svagata e distratta della critica. Un prometeo che si offre allo spettatore, come una vetrina artistica di opere, attraversata da un'allure febbrile, sotterraneamente romanzata. Quasi un periodo di mutazioni per valori plastici, anche per il ramificarsi di queste sue infinite virtù del segno e del rilievo plastico, con l'esigenza di vedere rispecchiata e ritrovarvi la propria avventura d'uomo e artista, con la passione per gli antichi splendori della classicità, e della rinascenza manierata, che non vede più il predominio della grande corte, ma il ramificarsi del gusto raffinatissimo di provincia, che ha influenzato pure, per indotto visionario, Fierro.
Attualmente, l'artista predilige lavorare l’alabastro, il quarzo bianco e la calcite - oltre al marmo naturalmente e primariamente -, per gli effetti strabilianti che essi danno all'immagine scolpita ‑ priva di vincoli formali accademici e di schemi ripetitivi, ma ricca di insegnamenti forniti dall'ispirazione, dalla cronaca e dalla vita ‑ quel riverbero già detto da Leopardi: l'arte è simile alla filosofia, deve discendere, come per gli antichi, dalla natura e dall'esperienza del mondo, non dai libri o dai libercoli.
Fierro sembra proprio che se ne compiaccia a sperimentare queste virtù infinite del segno, basta osservare le opere scolpite a Passo San Marco, a quota 2000 metri,, fra la provincia di Sondrio e di Bergamo come Il Gruppo scultoreo " I Quattro volti al vento", in roccia di serpentino, che hanno lo sguardo rivolto verso l'infinito, o il Leone e l’Agnello, e l’Orso e la Cerbiatta in arenaria mista a calcite, Immagini di cosmica libertà, per una vicenda interiore e un processo formativo che si svolgono e si attuano nel contatto vivo della materia e del plasma vitale che la anima, gesto dopo gesto, segno dopo segno, restituite ad una cosmica libertà.
Di un sanguigno realismo di matrice espressionista, nel quale l'artefice ritrae volti e situazioni di umanità fiera, impregnata di solitaria contemplativa meditazione, e di intenso impegno per dare durata ed eternità a qualcosa che non dovrebbe mai sparire : l’ARTE .
La materia : basta ascoltare come Fierro parla delle diverse qualità di pietre, di marmo, di terre, per avvertire prima di tutto lo stupore per scoprirla, e riscoprirla, di poterla accarezzare ammirare nel suo essere, millenaria amalgama di colori, costruttrice di archeologie sentimentali, che il tempo, pressioni e stratificazioni, crinali e sinclinali ‑un invito alla metamorfosi, all'ascolto, alla comunicazione dentro e fuori di noi, di fronte a profondissimi strati dell'anima...‑ hanno reso trasparente come alabastri antichi, ramificata come vene, e come arterie. Cosa ci annunciano le sculture di Fierro ? Ci annunciano un ritorno all'idea platonica di bellezza, di farsi largo tra le ombre della materia transeunte. Ci annunciano incontri e dialoghi tra le bellezze e le spiritualità del mondo. Ed è già la mano di Fierro che non può non evitare di accompagnare con il gesto, la voce, pronta ad accarezzare, a tastare, a capire, a soppesare la consistenza. E questo, gli animi sensibili salutano, con slancio, perché i filoni della grande creatività artistica possano superare lo stato di crisi e di smarrimento, di disordine, e non si disperdano tra tecnicismi, stravaganze, sperimentalismi, vuoti grafismi e ripetitività.
La sua, una poesia della scultura che vede, in un semplice sasso di montagna, rapporti segreti tra i personaggi mitici della scultura e i ruvidi artigiani delle montagne, anch'essi senza fronzoli, evidenziati nelle loro essenziali capacità espressive da interpretare un'idea, che viene dalla natura e dall'esperienza espressiva del dialogare, nel processo creativo, nell'aspro lavoro dello scalpello, nella vibrazione del martello pneumatico, che va ben oltre il significato artistico. Vergini teste, busti e figure femminili, in pietra o bronzi, agili e svettanti verso il cielo in segno di slancio spirituale, alle quali orienta, insofferente ai canoni accademici, la concezione che ha della scultura assimilabile ad una forma interpretativa organica, cresciuta e modellata dalla luce e dall'atmosfera, i gruppi plastici di ampio respiro, quali bozze progettuali per dimensioni imponenti, da collocare nei luoghi aperti e spaziosi, che ne accentuano la misura umana.
Fierro vuole dettare allo spettatore una sensazione fisica e spirituale, coinvolgendolo nell'atto creativo, allusivo alla fisicità, al tocco con la mano, nel sentire il peso della materia, di trasmettere un'emozione particolare, di suggestione umana e magnetica, enfie d'ossigeno alpestre, per una visualizzazione del movimento trasfigurata a fuggevolezza dell'esserci. La pietra da fiume, aspra e antica, ricca di suggestioni che devono fermare l'occhio e fonderlo nel soggetto‑involucro della forma purificata fino all'astrazione, pensata, libera e lievitante in uno spazio infinito. La vicenda artistica di Fierro è legata ad un talento istintivo più per la scultura, fortemente personalizzata e legata a forti sensazioni, come negli stati d'animo, da una carica interiore, che nella pittura, momento di respiro, di libertà, di autorealizzazione, cui, eccelle con talento che vede nella scultura, la sfida alle proprie possibilità tecniche. Le sue fonti d'ispirazione le ha trovate nella pietra e nella cultura classica, arcaica, primitiva e vitale, della montagna.
Se il gesto creatore è spesso la ripetizione di un gesto umano, anche le mani che lo compiono sono una scultura vivente, nella metafora dei volti femminili, c'è l'anima allo specchio. Tanto è in lui connaturato il bisogno di ricondursi ai nuclei genetici dell'espressione, di tornare a interrogarsi sui temi primari e sostanziali della vita, quanto fosse essenziale nel suo lavoro la parte delle mani. E tuttavia, con l' impressione che, egli, comprendendo cos'è la pietra, la addenta con l'effetto di una fiera che si nutre di pietra, mirando a dilatare, alle prese con la sua concentrazione spasmodica, quella sorta di grafia sovrapposta ed emergente nei capelli delle sue donne, giovani e sognanti, madri e donne "in fuga nel vento", coinvolgendo l'osservatore, in rapinosa meraviglia, che, per quante analogie d'impianto e di struttura si possono trovare fra le sue sculture diverse, sempre si rinnova il pensiero a cogliere quello che può star dietro a ogni apparenza delle forme.
Come quella sua drammaticità che sa magnificamente dominare e distillare, ma che pur non abbandona completamente nelle sue femminili "estasi", o nella metafora del dolore. Folgorato dalla natura dei comuni sassi, oltre alle quarziti e il marmo, le pietre cristalline di pasta grossa granulare, come le sieniti, le dioriti, i gabbri, ed altri materiali ignei, intrusivi, la calcite e le monzoniti, e la suggestione dello statuario di Carrara, cui Fierro è molto debitore a Michelangelo. Il suo intento è quello di dare alle opere - alle quali riesce a dare una eccezionale vivacità alle immagini che ne scaturiscono - quella giusta luce che scava e mette in evidenza, con gli anfratti più intimi della materia, quell'essenza di verità che va, dalla michelangiolesca parola, alla sofferenza scarnita, muta, tagliata, di un'opera di Giacometti, Manzù.
E’ incredibile la luce di fascinazione, di suggestione magnetica che irradia da quelle bellezze femminili, terse, e di bel nitore che profumano di pelle. Vergini volti, teste, busti dai segni forti, ribadiscono quella "beance", quella sua rapinosa possibilità ‑tra connessioni e diverse profondità dell'‑io‑, fino all'archetipo dell'innocenza ‑ d'esser riuscito a conoscere meglio se stesso, e quindi di esprimere le pieghe più profonde dell'animo. Se le montagne gli hanno pure offerto i materiali indispensabili al mestiere di scultore, l'artista intuisce l'importanza della capacità manuale nel modellare, e con tenace caparbia, affina i segreti del mestiere, affinando l'aspetto artigianale, diventando uno dei pochi artisti italiani sapienti nel lavorare il quarzo, dominatore nella "scala delle durezze". Una tecnica impervia, che viene seguita da pochi, con umiltà e tenacia, sperimentando svariate tecniche per arrivare allo scontro fisico con l'ardua materia, la silice, da modellare, che non consente errori o correzioni.
Fierro, con impegno e passione, crea secondo le emozioni più intime, con quelle che nascono dalla realtà di tutti i giorni. La sua è un'arte che s'ispira ai temi intramontabili del classicismo, greco o della rînascenza, non trascura l'urgente urgenza espressiva dell'immagine. Forme e volumi, alla maniera dei maestri del sentimento vitale neoclassico, vissuti nel clima dei movimenti artistici contemporanei, dal simbolismo alla surrealità del sogno. Crolla la classicità e trionfa l'umanità, nella gestualità cosi insistita e determinante, sia quando lavora il granito, come quando lavora il marmo, o la "pierre" di montagna. Tutto può spiegarsi come comportamento, come insofferenza radicale negli stilemi del rilievo plastico, come rifiuto dei canoni, con l'esigenza di vedere rispecchiata e ritrovarvi la propria avventura di uomo e artista.
Di particolare importanza, riveste, invece, l'aspetto tecnico della scultura. Di ogni materiale Fierro vuole conoscere la qualità, la resistenza all'usura, all'urto con gli attrezzi ; pronto, soprattutto, a cogliere la forma segreta che si cela dietro quello spessore, come per Michelangelo, è un togliere, è un liberare la forma imprigionata che già esiste, da quell'eccesso che le impedisce di prendere corpo diverso, di diventare parte dei sogni dell'uomo. Libere, di rapinosa bellezza, accese, assorte , contemplative, farcite d'affezione cosi come i sogni lo sono di desideri e memorie, al dramma umano ; vergini volti che dialogano nelle profondità preconsci, dove nel turbamento del continuo scandaglio del cuore e dell'anima, risorgono, riaffiorano e s'interrogano, basti osservare le ultime opere del Maestro scolpite utilizzando un materiale nobile quale l’alabastro, come emerge la bellezza del volto femminile come : JADA, JODY, JENNY, JULIE e la RAGAZZA GRECA e altre..Le ultime sculture fatte nel 2006 sono : LEDA E IL CIGNO in marmo di cm. 35x120x60 e – Principessa SISSI in pietra rossiccia di Verona di cm. 60x120x50, VENERE, PLATONE, LEONARDO e la SFINGE leonina, a Passo San Marco, fatte nel 2006.
Nel corso del 2007 Fierro ha scolpito nelle rocce nel fiume dell’Alpe Lago a quota 1600 m. , circa 8 sculture mentre davanti al Rifugio dell’Alpe Lago si trovano tre altre sculture nelle rocce a terra – fra l’erba.
Nel fiume si ha : La Regina col Cigno , Giulia la Ninfa del fiume, L’Orso e la donna, il Camoscio, lo Scoiattolo , il Faraone, Cristo , e davanti al Rifugio si ha Il Capriolo, la Vergine che dorme, Grety, Il volto della Venere del Botticelli , LA BALLERINA A FILORERA IN VALMASINO – grande opera in granito di 2,50 m. di altezza.
Nel 2007 scolpisce L’ATTESA in marmo di Thassos di cm. 40x110x30 e un’altra scultura in marmo denominata LA VERITA’ in marmo di Carrara di cm. 60x220x70.

Ci coinvolgono emozionalmente, per i segni forti che esprimono ed urla materiche soffocate per il "dolore" di una città ferita che si rileva nell’opera “IL DOLORE DELLA CITTA’ DI NEW YORK” per l’attentato dell’11 settembre 2001 , che sanciscono una vicenda interiore, di solidarietà collettiva, con la bellezza classica, a ribadire una loro possibile riconciliazione con quella Bellezza, dell'Oltre, che tutto pervade : nella Natura, per un pensiero Altro, per un tempo Altro.
Quel "manquer" essenziale, quella frattura originaria dell'‑io‑, su cui tanto ha insistito la filosofia del dualismo, che nell'interiorità umana, si fa connessione con le profondità dell' "ètre". Luce e fascinazione s'irradiano da quella bellezza di sintetica raffinatezza, al limite del decorativo, con accenti di espressività verista. Figure femminili, di piccola o grande misura, di sorprendente freschezza, definita da una linearità, a volte tesa e da espressive virtù infinite del segno dinamico, di simbolismo espressivo, dal forte segno che resta impresso nei capelli delle sue donne, con moti veementi che restano impressi sui piani, sulle superfici curve, in tutta la loro veridica identità, come "Fuga nel vento", ospitata nel Palazzo del Governo di Montecarlo. Figure di estrema grazia, pudiche o sensuali, allo stesso tempo, decisamente d'avanguardia, capolavori della spontanea libertà interiore e della genuinità dell'artista stesso, caratterizzati da un'indescrivibile dolcezza melanconica, che vedono nella scultura la più nobile e spirituale arte.

Per Fierro c'è un progetto, c'è un fare, c'è anche un giocare. E' cosi che nasce lo scultore, come un vasaio che con un gesto anima la materia, mentre la manipola, si viene effettuando, contemporaneamente, l'uomo e la sua storia. E' quanto è accaduto ad Angelo Gabriele Fierro, mentre intorno gli veniva crescendo una foresta di presenze, un bosco di sculture che, come nella realtà, sembrano accogliere visioni misteriose, ma benevole. Sono simboli visionari e ciò, provocano a noi, stanchi di storie materiali e conflittuali, e di razionalismo esasperante, emozioni surreali, misteriose. Il soggetto si intuisce, si percepisce nel suo pensiero, si sente, in alcuni casi, con il semplice sfioramento della scultura. Ma non è questa la storia della civiltà umana ? Benvenute allora creature scultoree, perchè qui l'accarezzare è dimensione del sentire, dell'affetto per la materia, e forse ci sembrano sorridere..., ed è forse in quel sorriso che l' anima si rivela.

( Prof. ALFREDO PASOLINO -CRITICO)